Bruce Chatwin - The Songlines

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Ero venuto in Australia per imparare da me, e non dai libri altrui, che cos'erano le Vie dei Canti, e come funzionavano.
Naturalmente non sarei arrivato al nocciolo della questione, né intendevo arrivarci. A Adelaide avevo domandato a un'amica se conosceva un esperto, e lei mi aveva dato il numero di telefono di Arkady.

"Ti spiace se uso il mio taccuino? "
" Fa' pure ".
Tirai fuori di tasca un taccuino con la copertina di tela
cerata, tenuto chiuso da un elastico.
"Bello" commentò.
"Li compravo a Parigi, ma adesso non li fanno più."
"A Parigi?" ripeté inarcando un sopracciglio, come se fosse la cosa più snob che avesse mai sentito.
Poi mi strizzò l'occhio e riprese il discorso.

[...] Pranzammo con una birra ed un panino al salame.
La birra mi fece venire sonno, così dormii fino alle quattro. Quando mi svegliai cominciai a riordinare la roulotte per farne un luogo di lavoro. Sopra il secondo letto c'era una tavola estraibile di compensato che diventava una scrivania. C'era perfino una sedia girevole da ufficio. Misi le matite in un bicchiere con accanto il coltellino dell'esercito svizzero. Tirai fuori qualche notes e, con l'ordine maniacale che accompagnava l'inizio di un progetto, sistemai i miei taccuini "parigini" in tre pile ordinate.
In Francia questi taccuini si chiamano carnets moleskines: moleskine, in questo caso, è la rilegatura in tela cerata nera. Ogni volta che andavo a Parigi, ne compravo una scorta in una papeterie di Rue de Ancienne Comédie.
Avevano le pagine quadrettate e i risguardi trattenuti da un elastico. Li avevo numerati in progressione. Sul frontespizio scrivevo il mio nome e indirizzo e offrivo una ricompensa a chi lo ritrovava.

Perdere il passaporto era l'ultima delle preoccupazioni; perdere un taccuino era una catastrofe. In vent'anni e più di viaggi ne ho persi soltanto due. Uno era scomparso su un autobus afgano. L'altro requisito dalla polizia segreta brasiliana che, con una certa perspicacia, credette di riconoscere in alcune righe che avevo scritto - a proposito delle ferite di un Cristo barocco - una descrizione in codice delle sue pratiche ai danni dei prigionieri politici.
Qualche mese prima che partissi per l'Australia, la padrona della papeterie mi disse che diventava sempre più difficile trovare il vrai moleskine. Era rimasto un fornitore solo: una piccola azienda familiare di Tours che a rispondere alle lettere ci metteva molto tempo. "Vorrei ordinarne cento" dissi a Madame. "Cento mi basteranno per tutta la vita." Promise di telefonare a Tours nel pomeriggio.
All'ora di pranzo ebbi un'esperienza che non mi imbaldanzì. Il capo cameriere della Brasserie Lipp non mi riconobbe più: "Non, Monsieur, il n'y a pas de place". Alle cinque mi presentai al mio appuntamento con Madame: il fabbricante era morto e gli eredi avevano venduto l'azienda. Lei si tolse gli occhiali e, con espressione quasi luttuosa, annunciò: "Le vrai moleskine n'est plus".

Avevo il presentimento che la fase " itinerante" della mia vita si sarebbe presto conclusa. Prima che si insinuasse dentro di me il malessere della sedentarietà, pensai, dovevo riaprire questi taccuini. Dovevo mettere sulla carta un riassunto delle idee, delle citazioni e degli incontri che mi avevano divertito, che mi tornavano in mente spesso e che speravo avrebbero fatto luce su quello che per me è l'interrogativo primo: qual è la natura dell'inquietudine umana?
In una delle sue pensées più cupe, Pascal disse che la fonte di tutte le nostre sofferenze era l'incapacità di starcene tranquilli in una stanza.
Perché, domandava, un uomo che ha di che vivere sente lo stimolo a trovare un diversivo in qualche lungo viaggio per mare? O a vivere in un'altra città, o a andarsene alla ricerca di un grano di pepe, o in guerra a spaccar teste?

Scoperta la causa delle nostre disgrazie, Pascal volle anche capirne la ragione, e dopo averci riflettuto ne trovò una ottima: e cioè la naturale infelicità della nostra debole condizione mortale; così infelice che, se ci concentriamo su di essa, nulla può consolarci. Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione.
Ed è lo svago (divertissement); eppure proprio questa è la peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta gradualmente alla rovina.
Chissà, mi domandai, se il nostro bisogno di svago, la nostra smania di nuovo, era, in sostanza, un impulso migratorio istintivo, affine a quello degli uccelli in autunno? Tutti i grandi maestri hanno predicato che in origine l'Uomo "peregrinava per il deserto arido e infuocato di questo mondo" - sono parole dei Grande Inquisitore di Dostoevskij -, e che per riscoprire la sua umanità egli deve liberarsi dei legami e mettersi in cammino.
I miei due taccuini più recenti erano fitti di appunti presi in Sudafrica, dove avevo vagliato senza intermediari alcune prove certe sull'origine della nostra specie. Quello che appresi là - insieme a quel che ora sapevo delle Vie dei Canti - sembrava confermare l'ipotesi con cui mi baloccavo da tanto tempo e cioè che la selezione naturale ci ha foggiati - dalla struttura delle cellule cerebrali alla struttura dell'alluce - per una vita di viaggi stagionali a piedi in una torrida distesa di rovi o di deserto. Se era cosi, se la "patria" era il deserto, se i nostri istinti erano forgiati nel deserto, per sopravvivere ai suoi rigori - allora era più facile capire perché i pascoli più verdi ci vengono a noia, perché le ricchezze ci logorano e perché l'immaginario uomo di Pascal considerava i suoi confortevoli alloggi una prigione.