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su di essa, nulla può
consolarci.
Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione.
Ed è
lo svago (divertissement); eppure proprio questa è la
peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago
ci impedisce
di pensare a noi stessi e ci porta
gradualmente alla rovina.
Chissà, mi domandai, se il nostro bisogno di svago,
la nostra
smania di nuovo, era, in sostanza, un impulso
migratorio istintivo,
affine a quello degli uccelli in autunno?
Tutti i grandi maestri hanno predicato che in origine l'Uomo "peregrinava
per il deserto arido e infuocato di questo
mondo" - sono parole
dei Grande Inquisitore di
Dostoevskij -, e che per riscoprire la sua
umanità egli deve
liberarsi dei legami e mettersi in cammino.
I miei due taccuini più recenti erano fitti di appunti presi
in Sudafrica, dove avevo vagliato senza intermediari alcune
prove
certe sull'origine della nostra specie. Quello che
appresi là
- insieme a quel che ora sapevo delle Vie dei
Canti - sembrava confermare
l'ipotesi con cui mi baloccavo
da tanto tempo e cioè che la
selezione naturale ci ha
foggiati - dalla struttura delle cellule
cerebrali alla struttura
dell'alluce - per una vita di viaggi stagionali
a piedi in una
torrida distesa di rovi o di deserto.
Se era cosi, se la "patria" era il deserto, se i nostri
istinti
erano forgiati nel deserto, per sopravvivere ai suoi rigori
-
allora era più facile capire perché i pascoli più
verdi
ci vengono a noia, perché le ricchezze ci logorano e
perché
l'immaginario uomo di Pascal considerava i suoi
confortevoli
alloggi una prigione.
Si ringrazia l'editore Adelphi per la gentile concessione
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